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Le spedizioni antartiche del San Giuseppe Due

Di Andrea Cafà

Nel 150 d.C nel trattato Geografia, Tolomeo l’aveva chiamata Terra Australis Incognita. Sarebbero dovuti passare altri 1300 anni prima che l’Antartide venisse esplorata dall’uomo.
Quella delle esplorazioni antartiche è una pagina avvincente della storia della navigazione di cui Giovanni Ajmone Cat ha scritto un capitolo, purtroppo sconosciuto al grande pubblico, ma che merita di essere raccontato. Dall’inizio.

Figlio di Mario Ajmone Cat, primo Capo di Stato Maggiore dell’ Aeronautica Militare italiana in età Repubblicana, e della contessa Carlangela Durini di Monza, Giovanni Ajmone eredita forse dalla madre la passione dell’ avventura. La nobildonna, infatti, partecipò nel 1930-31 alla spedizione transafricana Baragiola-Durini, denominata la “Spedizione del Sud-Africa”.

Le prime esperienze nautiche di Giovanni Ajmone Cat la fa sul lago di Como navigando su una piccola imbarcazione a vela classe 1923. Quando la famiglia si trasferisce ad Anzio, durante i periodi liberi da impegni scolastici si imbarca come mozzo sulla tartana di un capobarca locale, Paolo Martino. È ad Anzio che il ragazzo si appassiona alla vela latina, che impara a padroneggiare con una certa abilità.

Terminato il liceo a Como, si iscrive alla facoltà di Agraria a Perugia, si laureatosi in Agraria e ritorna ad Anzio per dedicarsi alla bonifica presso la proprietà di famiglia nell’ Agro Pontino.

Ma la passione per il mare non lo abbandona. Anzi. Comincia a sognare di costruire una piccola e robusta imbarcazione a vele latine per raggiungere la Terra Australis Incognita, l’Antardite appunto.

Inizia uno studio metodico sulle spedizioni sulle spedizioni antartiche, sulla costruzione delle navi che navigarono a quelle latitudini e sulle varie problematiche a loro occorse. La madre lo sostiene e, cosa che non guasta, lo finanzia.

Il 10 luglio 1967 è nel cantiere navale dei fratelli Palomba di Torre del Greco. La sua barca sarà costruita lì. Il piccolo scafo come spiega Giovanni Ajmone Cat, doveva:

“…… richiedere poco equipaggio, avere una tenuta di mare basata sulla stabilità di forma oltre che per gravità, piccolo angolo di sbandamento sotto azioni trasversali violente, penetrazione con mare in prua pure se a velocità ridotta, buone doti di veliero con poco scarroccio, anche se non spinte a livelli sportivi, buona manovrabilità a motore con discrete doti di rimorchio.

Una carena di circa 13 metri al galleggiamento, molto stellata, con il massimo corpo a poppa, in maniera che in caso di maltempo ed eventuale avaria al timone, la barca si sarebbe dovuta mettere a correre il fortunale da sola. La prua sottile fortemente slanciata e discretamente profonda (circa mt. 1,80) avrebbe garantito forte tenuta con mare al mascone e buona penetrazione nei ghiacci. Il rigonfiarsi delle linee d'acqua a prua, sopra l'immersione, avrebbe contrastato un'eventuale tendenza della barca ad infilarsi sotto l'onda. Si pensò di attenersi al tradizionale anche nel non applicare un bulbo in chiglia, ma nel limitarsi a portare lo scafo all'immersione massima prevista a pieno carico, con zavorra in piombo (circa 8 tonn.) interna allo scafo: tale accorgimento fu attuato per evitare perni passanti in chiglia, lesionabili, e per ovviare ad eventuali allentamenti dei medesimi in caso di burrasca, incagliamenti o collisioni con ghiacci. Tale accorgimento avrebbe anche reso la nave libera di emergere da eventuali pressioni di gelo.

Uno scafo basso, di circa 40-50 cm. sulla linea d'immersione alla sezione maestra, avrebbe dato poca presa al vento, e larghi corridoi in coperta di circa 80 cm., compresi tra una tuga ed una murata non superiori a 50 cm. di altezza, avrebbero permesso una certa mobilità all'equipaggio garantendolo anche in caso di maltempo dai più vivi e forti colpi di mare" (da "Notiziario della Marina" n°4 di Aprile 1972).

Poco più di un anno dopo, il 10 agosto 1968 il San Giuseppe Due viene a Torre del Greco, con la benedizione di Padre Benedetto, frate carmelitano e Priore della basilica del "Santuario di Santa Teresa di Gesù Bambino" in Anzio. Quindi si trasferisce in Sardegna a La Maddalena per effettuare le prove in mare con maltempo, e a Natale 1968 rientra a Torre del Greco. Nei primi mesi del 1969 si termina l’allestimento e il 27 giugno 1969, il San Giuseppe Due condotto da Giovanni Ajmone Cat e con 4 persone di equipaggi, parte da Anzio con destinazione Antartide.

Oltre due anni di navigazione con difficoltà di ogni tipo, tecniche e burocratiche

Giovanni Ajmone Cat , con l’aiuto della madre riesce a fare fronte a tutto. La situazione è difficile e quando la barca arriva alla base antartica argentina di Almirante Brown, il 2 gennaio 1971, i tre membri dell’ equipaggio danno forfait: si rifugiarono all’interno della base con l’intento di prendere la prima nave per far rientro in Argentina e poi in Italia.

Donna Carlangela Durini, informata dal figlio per il tramite della radio della base antartica argentina quindi, l’Ambasciata italiana, si rivolse ai vertici militari italiani chiedendo la possibilità di inviare sul San Giuseppe Due un equipaggio militare dando così la possibilità al figlio Giovanni di poter ritornare il Italia con il San Giuseppe Due, la “sua” nave che si rifiutava di abbandonare.

La Marina Militare individuò per questa missione due volontari, i nocchieri: Salvatore Di Mauro e Franco Zarattini le persone che assieme al C.te pilota dell’Alitalia Dario Trentin, amico di Giovanni Ajmone Cat, raggiunsero il San Giuseppe Due imbarcandosi come equipaggio in data 18 febbraio 1971.

Il 23 febbraio 1971 Giovanni Ajmone Cat ed il San Giuseppe Due con il nuovo equipaggio partirono dalla base antartica argentina di Almirante Brown per il viaggio di rientro in Italia.

Il 21 novembre 1971 Giovanni Ajmone Cat ed il San Giuseppe Due terminarono il lungo viaggio ed arrivarono ad Anzio dopo aver portato per la prima volta, la bandiera italiana in Antartide.

A Giovanni Ajmone Cat nel 1972, viene concessa quale riconoscimento della sua impresa, la Medaglia d’Oro di Benemerenza Marinara

Ma Cat non è del tutto soddisfatto su come si era svolto questo suo viaggio che, pur avendo raggiunto l’obiettivo prefissato, considerava come esplorativo . Pensa a una Spedizione Antartica Italiana, con una maggiore connotazione scientifica e una organizzazione tutta italiana, con un unico equipaggio che sarebbe partito dall’Italia, giunto in Antartide e ritornato in Italia.

Il San Giuseppe Due torna in cantiere dai Palomba di Torre del Greco e viene modificato in base all’esperienza maturata durante viaggio precedente. Le modifiche riguardano la sovrastruttura, la motorizzazione, le apparecchiature elettroniche e le sistemazioni interne sia nella sala macchine sia in alcuni locali.

Per l’equipaggio, si rivolge nuovamente alla Marina Militare la quale, predispone su base volontaria d’inviare 4 giovani Sottufficiali di carriera con differenti specializzazioni.

Nel mese di giugno 1973 la Marina Militare ha pronto formato l’equipaggio di volontari:

2^ Capo Mn. Mario Camilli, motorista e Capo gruppo militare; 2^ Capo Np. Tito Mancini, mansioni di coperta; Sgt. N. Giovanni Federici, mansioni di coperta; Sgt. Rt. Giancarlo Fede, radiotelegrafista.

Il 1° luglio 1973 Giovanni Ajmone Cat ed il San Giuseppe Due partirono per la “Spedizione Antartica Italiana” da Torre del Greco con destinazione la penisola antartica.

Il percorso, in linea di massima, è lo stesso del primo viaggio. Ma anche stavolta i problemi non mancano: il 6 ottobre 1973 a Buenos Aires si ferma per sostuire l’albero di trinchetto con uno nuovo

A dicembre si imbarca Dario Trentin che rimarrà sul San Giuseppe Due per quasi tutto il periodo Antartico.

Il 17 gennaio 1974 l’arrivo alla base antartica inglese di Argentine Islands (Lat. 65° 15’8 Sud – Long. 64° 16’ Ovest) la posizione più a Sud raggiunta. A causa dell’anticipata chiusura dei ghiacci, Giovanni Ajmone Cat il 25 gennaio 1974 decise di mollare gli ormeggi iniziando la rotta per il rientro invece di spingersi più a Sud per raggiungere il Circolo Polare Antartico.

L’ultima tappa Antartica è nell’Isola South Georgia in cui esiste una base  inglese, King Edward Point e dovegli italiani arrivano il 21 febbraio 1974.

Il 18 marzo 1974 si salpa dalla “South Georgia” diretti all’isola di Sant’Elena, una traversata durata 27 giorni durante la quale per risparmiare gasolio Giovanni Ajmone Cat decise di percorrere circa 720 miglia con la sola vela. Durante la traversata non incontra nessuna nave, in compenso ci sono alcune avarie: la cucina non ha più funzionato mentre la valvola di scarico di uno dei bagni non bloccava più l’acqua esterna che entrava e riempiva direttamente la sentina, per cui, Mario Camilli si dovette tuffare in pieno Atlantico ed inserire a martellate un cuneo di legno nel foro a scafo della valvola per renderla stagna, bloccando così la via d’acqua ma rendendo inutilizzabile il bagno.

Il 27 giugno 1974 il San Giuseppe Due si ormeggiò nel porto di Anzio, l’avventura Antartica terminò dopo aver percorso in quasi un anno di navigazione più di 20.000 miglia.

Questa impresa valse, per l'equipaggio militare, il conferimento, prima (30 gennaio 1975) del Distintivo Antartico da parte del Comando dell'Armada Argentina; poi il 18 giugno 2012, della Medaglia d'Argento al Merito di Marina Il 26 agosto 2009, gli enti cartografici che mappano il Territorio antartico britannico, hanno denominato il lago posto all'interno di Deception Island nelleIsole Shetland meridionali con il nome di Ajmonecat Lake.

Oggi il San Giuseppe Due è in attesa di essere restaurato e rimesso in acqua.