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13 gennaio - Marinai inside.

Venezia 13 -14 gennaio

Siamo ormeggiati in Riva dei sette martiri. Si chiama così perché nel 1944 un soldato tedesco di guardia alle unità ormeggiate sparì. Per rappresaglia i nazisti fecero scendere in strada tutta la popolazione di Castello, il quartiere che sorge attorno all’Arsenale, e iniziarono la decimazione per costringere i responsabili della sparizione a dichiararsi. Sei uomini vennero giustiziati sul posto, un settimo si fece avanti e si dichiarò colpevole. Venne ucciso anche lui. Era innocente. Si scoprì dopo che il marinaio tedesco di guardia, ubriaco, era caduto in acqua e annegato. La storia ce la racconta Lucia, una nostra amica veneziana che oltre a essere insegnante di scienze motorie alle medie di Murano, è istruttrice di vela. Ci ha raggiunto a bordo per cenare con noi e con il nuovo equipaggio di ragazzi del nautico. I nuovi arrivano da Trieste, la scuola si chiama Tommaso di Savoia, duca di Genova (tralasciamo per carità di patria l’entusiasmo del ligure a bordo). Lucia è veneziana forgiata dalle maree: ha la canoa ormeggiata sotto casa e si sposta per i canali pagaiando, conosce tutte le tecniche di voga ed è in grado di spiegarti in un amen mille cose, dal perché sulla gondola si rema in piedi e con un remo solo (questione di fondali e di spazio. In piedi per vedere il fondale, con un remo solo perché negli spazi ristretti dei canali a volte anche un remo fa fatica a muoversi), a come si costruivano le navi in Arsenale (in serie, per questo prima della battaglia di Lepanto sono riuscite a produrne oltre duecento in tre mesi).

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Venezia è una città che ha modellato la sua gente. Passano i secoli ma questo legame tra uomo e laguna resta inscindibile. I ragazzi veneziani del Venier che sono stati a bordo sono diversi da tutti gli altri ragazzi che hanno navigato con noi. Si muovono in barca con quella naturalezza di gesti che ti viene solo se hai imparato le cose da bambino. Durante l’ormeggio Davide salta dalla barca a riva per prendere la cima. Salto perfetto, in meno di dieci secondi ha incappellato la gassa e bloccato la cima di prua. E a quel punto il povero istruttore - che ha perso sei anni di vita nel vedergli fare una cosa che non doveva fare -  non sa più sgridarlo o invidiarlo per l’elasticità, la rapidità e la perfezione del gesto. Pierangelo, con la sua cerata che si vede a due miglia di distanza e si muove in barca con il passo del marittimo navigato, tra varie cose ci ha erudito sui segreti del barchino. Il barchino sta agli adolescenti veneziani, come il motorino sta a quelli di Milano o di Roma. Barchini con motori truccati che avanzano planando quasi in verticale in una versione acquatica dell’impennata.

«C’è poco da scherzare» ci spiega Lucia, «A scuola facciamo lezione di educazione alla navigazione perché i barchini con motori truccati sono pericolosi. Ancora più pericolosi se i ragazzi hanno bevuto. Se ne parla poco perché succede solo qui in laguna. Ma gli incidenti sono frequenti, e spesso fatali.»

Adolescenti di mare con le stesse criticità di quelli di terra. Cambia solo il contesto. Qui, dopo qualche bicchiere di troppo «se torna a casa bricola a bricola» come dice ridendo Pierangelo.

C’è, ed forte, un senso identitario che è raro vedere in ragazzi di questa età. Sanno esattamente da dove vengono e ne vanno fieri. E sanno anche dove stanno andando: verso il mare. A far cosa ancora non lo sanno bene ma sanno che il mare è nel loro destino. E questo in qualche modo sembra attutire i tormenti tipici della loro età.

 

 

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