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CACCIA AL TESORO DEL POLLUCE


Il Castore e il Polluce, navi gemelle di proprietà dell'armatore Rubattino di Genova, erano piroscafi in legno, con chiglia foderata in rame, alberatura da brigantino-goletta e ruote azionate dalle macchine a vapore al centro della nave. Erano battelli moderni che sfruttavano la propulsione a vapore, precursori della grande navigazione a motore del XX secolo. Raffaele Rubattino, giovane armatore genovese, acquista le due navi gemelle a Le Havre in Francia, in uno tra i più prestigiosi cantieri, per metterle sulla rotta tra Marsiglia e i porti d'Italia.

La notte del 17 giugno 1841 il Polluce, salpato da Livorno e diretto a Marsiglia, viene speronato dal Mongibello, un piroscafo con bandiera del Regno delle Due Sicilie, diretto a Napoli. All'incidente seguono gravi scambi di accuse tra le compagnie e il tribunale di Livorno nel 1844 incolpa il comandante del Mongibello per l'accaduto ma nessuno viene risarcito e nemmeno i passeggeri si presentano al processo. Rubattino tenta di recuperare la sua nave, poco dopo il naufragio, da una profondità di ben 103 metri, un abisso insondabile per l'epoca.

La storia del Polluce si perde e si confonde tra le leggende elbane fino al 1995 quando grazie alla Comex, una compagnia marsigliese specializzata in ricerche oceanografiche, tramite scansione a risonanza acustica, la Capitaneria di Porto di Portoferraio ottiene l'immagine di una nave con scafo in buono stato di conservazione, dove sono visibili lo squarcio causato dallo speronamento e la sagoma della ruota. Ormai la storia del Polluce è dimenticata e nessuno dà molta importanza alla segnalazione.

Pochi anni dopo un gruppo di storici inglesi chiede alla stessa Capitaneria di Porto di poter condurre lavori ad alta profondità alla ricerca del relitto della Glenlogan, nave inglese che trasportava alluminio, affondata nel 1916. Convinte dall'ineccepibile documentazione presentata le Autorità accordano il permesso ma si tratta di una truffa ben organizzata: i moderni pirati, quasi tutti inglesi, portano una chiatta sul relitto del Polluce e con una benna, calata direttamente sullo scafo, raschiano, rompono e depredano la nave, ben certi di trovare oro e monete del battello, che avevano accuratamente studiato nei documenti del processo e nei giornali dell'epoca. Vengono però scoperti e denunciati e il malloppo viene recuperato. Ma la storia continua, con altre imprese subacquee per recuperare il tesoro. Scopritela al Museo di Capoliveri. 


Alcune immagine del tesoro del Polluce conservato al museo di Capoliveri. Qui sopra la campana (Foto di Fabio Nuccetelli)